Cosa hai fatto oggi a scuola? Niente! come modificare questa dinamica
di Laura Avola

Come è andata oggi a scuola? Bene. Cosa hai fatto oggi a scuola? Niente!
Quante volte ci siamo sentiti rispondere così dai nostri figli? Che siano essi bambini alle prese con i primi apprendimenti nella scuola dell’infanzia, o preadolescenti che iniziano ad inserirsi nello strano mondo delle medie, o adolescenti interessati più al mondo esterno che a quello che succede all’interno del proprio nucleo familiare, la risposta alla nostra domanda è e rimane uno sterile ed avvilente, perentorio e definitivo “niente”.
Molte volte i genitori si allarmano da questa risposta così protratta nel tempo. I dubbi li assalgono: perché è così apatico nei confronti della scuola? Perché non si racconta? Perché non parla con me? Non si sa mai quello che gli succede!
Con queste interpretazioni ciò che fanno i genitori è quello di adultizzare le risposte, ossia interpretare seguendo le regole della mente adulta. In realtà, le motivazioni che portano i bambini ed i ragazzi a rispondere “niente” alla fatidica domanda che quotidianamente, che sia in macchina di ritorno da scuola o a tavola all’ora di pranzo, si sentono rivolgere, sono diverse a seconda dell’età e dipendono dalla struttura cerebrale consona all’età ed alla fase di sviluppo psicologico in cui si trovano. Tenendo in considerazione le diverse tappe evolutive, cerchiamo di analizzare il perché di questa risposta.
Perché i bambini dai 24 mesi ai 5-6 anni rispondono” niente”?
I bambini piccoli hanno una struttura del cervello ancora poco sviluppata. Questo non gli permette di recuperare facilmente le informazioni anche di eventi molto recenti come quelli della mattina appena trascorsa. Ciò che per loro risulta maggiormente rilevante è l’impatto emotivo che le cose hanno su di loro, in quanto, l’area sviluppata in questa fase della vita è il sistema limbico del cervello, ossia quella parte deputata alle emozioni. Dunque, chiedere ad un bambino così piccolo “cosa hai fatto oggi a scuola?” crea in lui una sorta di disorientamento: non sa cosa rispondere, non riesce a reperire facilmente i ricordi.
Inoltre, a quest’età hanno ancora una grande difficoltà nel raccontare, nel comprendere ciò che è rilevante dire e ciò che invece può essere tralasciato, non riescono ancora a distinguere ciò che è normale fare a scuola da ciò che è straordinario. Si chiedono quale risposta dare a quella domanda, ma sentono di avere ancora pochi strumenti per rispondere: non sanno cosa al genitore interessa sapere, se gli interessa che ha giocato a nascondino con i compagnetti, o se ha colorato le lettere o se la richiesta dell’adulto si riferisce al voto preso o all’essere o meno stato ripreso dalla maestra. Non sapendo cosa rispondere la loro mente li porta ad uscire dal disagio e sfuggono con un “Niente”.
Cosa può fare l’adulto per uscire da questo empasse?
Ricordiamo tre aspetti fondamentali: il bambino non riesce ancora a recuperare in maniera organizzata i propri ricordi, è fortemente legato all’impatto emotivo delle cose e non sa ancora strutturare bene un racconto.
È necessario innanzitutto che i bambini possano acquisire la capacità di raccontare; è l’adulto che deve fornire gli stimoli giusti per far si che questa competenza venga acquisita e possa essere utilizzata successivamente in maniera autonoma. L’adulto può dare il buon esempio in questo: la mamma ed il papà possono iniziare raccontando cosa è successo durante la loro giornata lavorativa, anche in maniera romanzata, prendendosi in giro, raccontando qualcosa di buffo che gli è successo.
Attraverso il racconto dell’adulto. il bambino può prendere spunto e recuperare qualche informazione su ciò che è successo durante la sua mattinata scolastica, ma per far si che questo avvenga dobbiamo ricordarci una cosa fondamentale: il bambino immagazzina ancora informazioni impattanti sul piano emotivo quindi per aiutarli nel recupero dei ricordi dobbiamo far leva proprio sulla loro emotività. Se impariamo a raccontare che ci siamo arrabbiati mentre andavamo a lavoro perché il conducente di un’altra macchina ci ha rubato il posto al parcheggio, può succedere che il bambino si ricordi del gioco che gli è stato sottratto dal compagnetto e della rabbia che ha provato. Se raccontiamo che ci siamo stancati perché a lavoro avevamo una montagna di documenti da firmare potrebbe emergere nel ricordo del bambino che si è stancato nel colorare le foglie autunnali, ecc.
Anche il gioco può essere un grande alleato. Ad esempio ò succedere, che giocando alla scuola, emergano vissuti del bambino. Può capitare che il bambino decida, nel ruolo del maestro, di raccontarvi una storia che hanno letto in classe, oppure un’attività particolare. Questo può essere un punto di inizio per aprirsi alla conversazione partendo dalle vostre esperienze dirette. Insomma, siamo noi che dobbiamo per primi dare segni di comunicazione e quindi di apertura.
Perché i bambini da 5-6- anni fino alla preadolescenza rispondono niente?
A quest’età i bambini tendono a rispondere niente perché è imbarazzante per loro raccontare i propri vissuti fuori dalle mura domestiche. Innanzitutto un motivo per cui avviene questo imbarazzo è perché spesso, anche in passato, alla loro iniziale apertura o da una loro confidenza su quanto vissuto a scuola, sono seguite le nostre critiche o le nostre disapprovazioni; a volte possiamo insistere nel dare consigli non desiderati e neppure richiesti. “Come il tuo compagno ha fatto questa cosa?”, “Come hai risposto così alla maestra?”, “questa cosa non si fa!” “devi comportarti bene”: senza rendercene conto, instilliamo nei nostri figli la sensazione del perenne giudizio. Ne consegue che i bambini ed i ragazzi evitano di parlare perché vogliono schivare discussioni, perché non si sentono ascoltati né capiti.
Cosa possiamo fare noi adulti per evitare di sentirci dire sempre “Niente”?
Alla luce di quanto detto, è necessario, con i bambini di questa età che sanno già raccontare e che iniziano a formarsi una loro identità, innanzitutto, evitare il giudizio. Qualsiasi cosa essi ci raccontano dobbiamo mantenere sempre un tono positivo, incentrato sulla relazione, sul fatto che per noi è interessante sapere come hanno passato la loro giornata. Spesso succede, poi, che i pomeriggi di questi bambini siano pieni di cose da fare, tra compiti, attività extrascolastiche e tempo libero che è bene lasciare loro. Il tempo scarseggia e dunque tendono a chiudere il capitolo scuola nel momento in cui varcano il cancello all’uscita. Possiamo allora creare degli spazi appositi per recuperare una connessione con loro e con quella parte della giornata, ad esempio anticipando l’ora della nanna. Di solito, nel momento precedente l’addormentamento, cadono tutte le difese che ci costruiamo durante le giornate e si diventa più disinibiti: è in questa fase che li accompagna al sonno che i bambini possono iniziare il racconto della loro giornata. Non di rado capita che i bambini si aprano proprio prima di dormire e, concentrandosi sugli aspetti emozionali degli avvenimenti vissuti, inizino a raccontare che hanno litigato con un compagnetto o che si sono sentiti inadeguati per aver sbagliato un compito di matematica. È in questi momenti che, mantenendoci sempre positivi e comprensivi, possiamo entrare in sintonia emotiva con i nostri bambini e conoscerli più a fondo.
Quando parliamo con i nostri figli ricordiamoci di andare nello specifico delle domande e diamo loro l’autentica sensazione di avere di fronte degli adulti realmente interessati a loro, a quello che più amano, al loro stare nel mondo. Possiamo chiedere, ad esempio:
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“Cosa ti ha fatto ridere oggi?” Questo permetterà di catturare la loro attenzione perché potranno andare a cercare nella memoria dei loro avvenimenti scolastici qualcosa di divertente; agganciare l’attenzione dei più piccoli in modo piacevole e positivo ci darà più possibilità di essere ascoltati.
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“Quale è stata la tua lezione preferita?” Fare questa domanda, ci permette di conoscere gli interessi dei nostri figli e questo, oltre a permetterci di conoscerli di più, ci permette di avere degli spunti per altre discussioni orientate su loro.
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“Quale è stata la parte migliore della giornata?” Prova a parlare con tuo figlio in positivo. I bambini imparano soprattutto per imitazione. Parlando con loro in positivo, dando spazio agli aspetti piacevoli, verrà attivato anche in loro il pensiero positivo, motore di una crescita improntata sul benessere psicologico e sociale, su una più alta autostima e sicurezza personale.
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“Con chi hai pranzato oggi? Con chi sei stato durante la ricreazione?” Questo ci permette di sapere con chi i nostri figli condividono i loro momenti di pausa. Ci permette di indagare sulle loro amicizie, sul lorolivello di partecipazione sociale all’interno della classe e ci permette di prevenire ogni possibile forma di bullismo che, purtroppo, nelle scuole è facile incontrare.
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“Quale è stata la cosa più incredibile? Cosa hai imparato oggi?” Questo vi permetterà di comprendere quanto vostro figlio si senta coinvolto nella sua esperienza scolastica; vi darà modo di capire a cosa è maggiormente interessato durante le lezioni e dunque potrete man mano dare luce alle sue attitudini personali.
Perché i preadolescenti e gli adolescenti rispondono “Niente”?
Durante questa fase della vita, i ragazzi hanno già un compito da svolgere: diventare adulti, trovare il loro spazio nel mondo. È un compito che già di per sé implica un enorme sforzo ed impegno. Per raggiungere la propria indipendenza, quindi, è necessario che i ragazzi si separino dai propri genitori, si stacchino dal contesto familiare per potersi costruire una propria individualità ed identità. Per questo l’adolescenza è il periodo della conflittualità, delle porte sbattute in faccia, del “non mi capisci”. Tutto ciò è funzionale alla crescita del ragazzo. Non disperate! Quel niente è agito e rappresenta la volontà di preservare il proprio spazio, senza intrusioni da parte dell’adulto, anche laddove la domanda non ha nessuna intenzione di invaderlo. I ragazzi a quest’età si mettono alla prova nelle loro relazioni extra familiari, sia in quelle con i pari sia in quelle con gli adulti, come i professori che oltre a guidarli hanno il compito di giudicarli. In questa sperimentazione, il ragazzo sente la necessità di approcciarsi come individuo, e dunque, sente il bisogno di escludere la famiglia dalla condivisione di ciò che succede fuori dalle mura domestiche.
Che strategie mettere in campo per mantenere la comunicazione con i ragazzi?
La prima strategia da mettere in campo per continuare a garantire la relazione con l’adolescente è l’ascolto e l’osservazione. Prima ancora di parlare e chiedere, focalizziamoci sull’osservazione del ragazzo, sul suo stato d’animo.
Successivamente, una strategia necessaria è agganciarlo con l’ascolto attivo. I ragazzi arrivano a casa dopo una mattinata passata a scuola sempre impegnativa, a volte frustrante e, purtroppo, spesso poco gratificante, soprattutto laddove ci sono problemi di apprendimento. Una volta arrivati a casa hanno bisogno, in un ambiente familiare di lasciarsi andare anche se questo a volte significa esagerare. Inoltre le persone di cui si fidano di più e con cui quindi possono permettersi reazioni esagerate sono proprio i genitori quindi è normale che se c’è qualcuno che posso permettersi di trattar male ed essere sicuro che continuerà ad amarli sono proprio mamma e papà.
È necessario per i genitori rispettare la privacy del ragazzo, non invadere la sua intimità e non incalzare con domande irruenti.
Aspettate che il primo passo verso voi sia fatto proprio da loro e non giudicate le sue scelte che siano relative alla scuola, o all’abbigliamento o all’atteggiamento o relativamente alle amicizie che decidono di intraprendere (ovviamente entro una certa dose stabilita dalla legalità e dalla sicurezza). Spesso i ragazzi non raccontano proprio per questo, per paura di essere giudicati dai propri genitori ed il giudizio per loro rappresenta una minaccia perché sembra voler dire che l’adulto voglia continuare ad avere un controllo pervasivo su loro. Gli adolescenti non vogliono assomigliare ai propri genitori e hanno la necessità di essere in disaccordo col genitore. Diamogli la possibilità di farlo, rispettiamolo e focalizziamoci piuttosto ad aiutarlo a segnare confini morali consoni. Per il resto è necessario lasciarlo libero di sperimentare e costruirsi, lasciate liberi di fare i compiti da soli, di non studiare tutto di gestire le proprie relazioni. Meno commenterete dando giudizi più sarà facile che il ragazzo comprenda come comportarsi e mantenga la relazione con la propria famiglia.
Conclusioni
Ciò che è necessario ricordare in tutto questo è che la cosa più importante nel dialogo con i nostri figli, che sia la scuola e ciò che hanno fatto o qualsiasi altro argomento, ciò che dobbiamo sempre mantenere attiva è la nostra autenticità: se i nostri figli ci sentiranno presenti ed autentici riusciranno pian piano, col nostro aiuto consono alla loro età evolutiva, la comunicazione continuerà ad essere viva e ci darà la spinta propulsiva per creare un clima di benessere e di ascolto. Ricordiamoci sempre che il nostro compito come genitori è mantenere viva le relazioni, guidandoli e facendoli fiorire nelle persone che già sono e diventeranno!