Essere genitori: quali funzioni svolgere?
di Laura Avola

Genitori si nasce o si diventa? A primo acchito ognuno di noi risponderebbe che genitori si diventa nel momento in cui si prende la decisione di avere un figlio, o nel momento in cui, tra le nostre braccia arriva un piccolo esserino da accudire. Ma, secondo una concezione psicologica, la genitorialità è un processo che affonda le sue radici molto prima della nascita di un figlio, prima ancora di vedere quelle due lineette rosse sul test di gravidanza. Non risale neppure al momento del concepimento né a quando, per la prima volta, abbiamo immaginato di poter, un giorno, avere un figlio. In realtà, la genitorialità rappresenta una parte fondante della personalità di un individuo e si forma già durante l’infanzia, quando il bambino inizia ad interiorizzare comportamenti, aspettative, desideri e fantasie dei genitori, formandosi così quello che viene definito “Genitore Interno”. Per Eric Berne, il “Genitore Interno” ha origine da tutte quelle interazioni, siano esse reali che fantasmatiche, che il bambino sperimenta con le figure adulte significative che si sono prese cura di lui. È da qui che dipendono in gran parte i nostri giudizi su noi stessi e i modelli relazionali che usiamo per rapportarci agli altri.
Questo ci fa capire che, partendo dall’accudimento che il bambino riceve dalle figure di riferimento, dalle esperienze che con essi fa e dalla loro capacità di comprenderlo, l’individuo si costruisce un’idea, uno schema mentale, di cosa voglia dire essere genitore e di come quest’ultimo si comporta nei confronti della prole e, dunque, delle risposte che riesce a dare ai bisogni del bambino.
Ma non solo: l’attaccamento che si sperimenta con le figure adulte significative e che formano il nostro schema mentale di genitore interno, rappresenta quel fenomeno globale che non interessa più solo la qualità delle relazioni nell’infanzia, ma il nostro stile relazionale anche nelle successive fasi evolutive, dunque anche dell’età adulta.
Genitorialità: il passaggio dall’essere oggetto di cura al prendersi cura dell’altro
Secondo Erikson, la genitorialità è il culmine di una fase dello sviluppo psicosessuale e psicosociale di una persona che, giunta all’età adulta, sperimenta il passaggio dall’essere oggetto di cura al prendersi cura dell’altro. L’evento reale della nascita di un figlio, rimette in circolo tutta una serie di pensieri e fantasie legati in particolare al proprio essere stati figli, alle modalità relazionali ritenute più idonee, ai modelli comportamentali da seguire.
Inoltre, con la nascita del primo figlio, nasce una nuova generazione e avviene un passaggio dall’essere coppia all’essere famiglia, pertanto, tutto l’assetto va riorganizzato. La coppia e la famiglia, nucleare ed allargata, subisce una crisi sia strutturale che di dinamiche relazionali. Vi è una quotidianità da affrontare e tutte le varie relazioni che intercorrono tra il nuovo arrivato ed ogni membro del sistema. I neogenitori dovranno assolvere diversi compiti evolutivi: prendersi cura del bambino, creargli uno spazio (fisico e psichico); stabilire nuovi confini con le proprie famiglie d’origini e proteggere il rapporto di coppia dall’ingresso del nuovo arrivato; trovare uno stile educativo concorde per preparare i figli al mondo.
Le funzioni della genitorialità
Essere genitore è, dunque, un ruolo complesso che porta l’individuo ad assolvere tutta una costellazione di funzioni che riguardano ciò che è stato come figlio, ciò che è oggi come persona, ciò che si immagina di voler essere; la genitorialità rispecchia le proprie paure, le proprie aspettative, i propri desideri e le proprie peculiarità personali.
Essere genitori è, quindi, uno spazio in cui convergono molti elementi e diverse funzioni. Ma quali sono queste funzioni? Guardiamole insieme.
Funzione protettiva
Questa è la prima funzione che il neogenitore si trova davanti e racchiude la presenza, la vicinanza, la protezione fisica e tutte le cure che offre al piccolo. Più il bambino sente la presenza dell’adulto, più potrà sviluppare un legame sicuro con esso, condizione necessaria per esplorare il mondo sapendo che esiste un posto in cui poter tornare. Ma cosa significa essere presenti? Significa esserci fisicamente e mentalmente, predisposti all’ascolto emotivo del proprio figlio; significa interagire positivamente con esso e facilitare l’interazione che ha con l’ambiente.
Sono tantissimi gli studi che dimostrano come il fattore propulsore dello sviluppo umano non è tanto il nutrimento, bensì la vicinanza, il calore. Un esperimento di grandissimo impatto nella psicologia fu quello che Harlow fece osservando il comportamento di diversi macachi appena nati. Scelse questi animali perché sono creature estremamente autonome già dal secondo giorno di vita e che assumono comportamenti molto simili a quelli di noi umani: ricercano il contatto fisico e la vicinanza con la madre. Harlow decise di mettere a disposizione degli animali due surrogati materni: il primo era fatto di ferro, ma dispensava latte attraverso un biberon, l’altro, invece, era sprovvisto di biberon ed era ricoperto da un tessuto morbido simile alla pelliccia delle scimmie. Innumerevoli osservazioni mostrarono come i cuccioli andavano con molta più frequenza verso il surrogato caldo, quello morbido, seppure non dispensasse cibo. I cuccioli si spostavano verso il surrogato freddo solo per nutrirsi, ma poi tornavano dall’altro. Halrow, inoltre, di tanto in tanto emetteva rumori forti al fine di spaventare le piccole scimmie; in questi casi, gli animali tendevano a rifugiarsi dal surrogato caldo.
Da quest’esperimento, lo psicologo dedusse che la funzione protettiva è prevalentemente quella di stabilire un contatto intimo con la madre, soprattutto in caso di pericolo.
Funzione affettiva
Svolgere una funzione affettiva non vuol dire solo voler bene, ma stabilire una “sintonizzazione affettiva”, ossia la capacità di sentirsi coinvolti nella sfera emotiva dell’altro, al fine di poter comprenderne le necessità e gli stati d’animo. Laddove il bambino non possa sperimentare questa vicinanza emotiva da parte dell’adulto, si sentirà solo e in preda alle proprie paure. È grazie alla sintonia affettiva col genitore che il bambino può imparare a comprendere il proprio sentire. Per il bambino è estremamente importante avere a disposizione emozioni positive, poiché queste stimolano lo sviluppo psichico e contribuiscono a far sì che continui, anche nelle sue relazioni future, a ricreare stati emotivi positivi.
Funzione regolativa
Il neonato non ha ancora sviluppato la capacità di “regolare” i propri stati emotivi ed organizzare le risposte comportamentali adeguate che ne conseguono. Per questo, è fondamentale la presenza di un adulto che, tramite il suo comportamento e le sue modalità di risposta, gli fornisca un esempio di regolazione emotiva. Il genitore, con le sue risposte ai comportamenti ed alle situazioni, diventa un esempio per il proprio figlio: se l’adulto tende ad assumente un comportamento estremamente controllante nei confronti del bambino e risponde ai suoi bisogni prima che questo possa esprimerli, oppure lo controlla troppo poco o non risponde in maniera appropriata alle richieste del piccolo, quest’ultimo avrà difficoltà a mantenere la calma e la tranquillità in situazioni difficili o a controllare il suo comportamento. Invece, laddove vi sia una reale connessione con l’adulto, il bambino svilupperà un senso di continuità interiore che gli permetterà di affrontare le situazioni complicate sentendosi stabile come persona anche in caso di umori variabili.
Funzione normativa
Con la crescita del bambino, i genitori devono riuscire a dare dei limiti entro cui il figlio potrà fare esperienza del mondo. Le regole che l’adulto pone al bambino, motivandole per farne così comprendere il senso, sono necessarie per lo sviluppo. Quando il bambino comprende il perché di alcune regole sente di avere dei punti di riferimento, vive le relazioni in modo ordinato, uno spazio dove ognuno ha valore e può esprimersi, senza bisogno di prevaricare nessuno. È una funzione molto complessa per i genitori perché, per poterla svolgere nel migliore dei modi, dovranno fare i conti con la loro visione del mondo, la fiducia che hanno nella società, con il loro atteggiamento nei confronti delle norme.
Funzione predittiva
È la capacità del genitore di intuire quale momento evolutivo sta attraversando il proprio figlio, così da attivare comportamenti e atteggiamenti che favoriscano il passaggio alla tappa successiva e, soprattutto, di saper aggiornare il proprio modo di relazionarsi a lui man mano che si espandono il suo mondo e le sue competenze. Tutto questo mette alla prova il genitore che dovrà costantemente modificare il suo modo di relazionarsi al figlio nei diversi momenti della vita: è questo che manterrà viva la dinamica relazionale genitori – figli.
Funzione rappresentativa
È la capacità di avere dentro di sé l’immagine del figlio cosi come è e non una figura influenzata dalle proprie aspettative e dal proprio passato. Il modo in cui il genitore si rappresenta interiormente il figlio determinerà l’immagine che quest’ultimo avrà di sé. Se il genitore si rappresenterà dentro sè un bambino “monello”, quest’ultimo non potrà fare altro che percepirsi e comportarsi da monello perché è questo che l’adulto si aspetta da lui.
Funzione significante
Riguarda le attribuzioni di significato che il genitore dà alle richieste del bambino, in modo tale che anche lui impari a decodificare i propri bisogni e a tradurre le proprie esperienze sensoriali, emotive, le proprie espressioni e i propri movimenti. È il genitore che aiuta il proprio bambino a dare senso al mondo: il bambino lo sperimenta attraverso i suoi sensi e le sue emozioni, l’adulto glielo restituisce dotato di senso.
Funzione fantasmatica
Questa funzione rappresenta un gioco di specchi tra quello che i genitori sono stati come bambini, quello che avrebbero voluto essere, quello che i loro genitori sono stati, quello che è il bambino reale, quello che è il bambino desiderato e fantasticato. Un genitore deve vivere questa ricca vita fantasmatica e giungere alla nascita di una nuova identità che miri ad integrare fantasia e realtà. È importante che il figlio, fin da bambino, sappia che posto occupa nelle fantasie e nei sogni dei suoi genitori.
Funzione proiettiva
Ogni genitore proietta sul figlio molto di sè stesso, in modo da poter, amando il bambino, amare anche il proprio sè. Per garantire una relazione sana è necessario vi sia un equilibrio tra ciò che il bambino è nella realtà, ossia una persona reale altro-da-sé, e le proiezioni che in lui il genitore versa. Quando non c'è questo equilibrio, l'ombra dei genitori cade sui figli ai quali essi affidano inconsciamente il compito di correggere il loro passato, di rifare la loro storia nel presente, o di riscattarli nel futuro.
Funzione triadica
È la capacità della coppia genitoriale di avere un'alleanza fatta di sostegno reciproco. Una coppia deve poter avere le competenze di lasciare spazio all'altro e di entrare in relazione empatica reciproca. Per potersi relazionare positivamente con il bambino è, inoltre, necessario fargli spazio nella coppia, senza suscitare gelosie, rivalità e intrusione. La coppia deve, dunque lavorare, affinchè il bambino possa avere uno spazio nella diade esistente prima di lui e che dovrà comunque riuscire ad esistere ancora.
Funzione differenziale
Ogni genitore ha due modalità per esprimersi, quella materna e quella paterna. È importante sottolineare come la modalità materna e quella paterna sono presenti nello stesso genitore in percentuali e sfumature diverse. Ciò che è necessario è che entrambi le modalità siano presenti per permettere un gioco relazionale evolutivo. Con la modalità materna i genitori offrono al figlio accoglienza, protezione e rispecchiamento. È la funzione simbiotica dell’accudimento. La funzione paterna è invece di tipo normativo, cioè è il modo per introdurre nella relazione simbiotica, il mondo esterno, fatto di norme e regole. È grazie a questo che il figlio può sperimentare l’allontanamento e l’autonomia dalla famiglia.
Funzione trasngenerazionale
Ogni genitore porta con sè la propria famiglia d’origine con la sua storia, le sue radici, i suoi legami. Il bambino, alla nascita, si inserisce in queste relazioni, trasmissioni, evoluzioni lungo un continuum di generazioni. In questo senso, compito genitoriale è fornire al bambino una narrazione in cui collocarsi per farlo sentire parte di un racconto coerente, in quanto anche sentirsi parte di una storia determina la costruzione della propria identità.
Conclusioni
Tutto questo rende la genitorialità una condizione di vita fortemente complessa e piena di dinamiche, ma allo stesso tempo rappresenta un intreccio profondamente affascinante in grado di regalare all’individuo, oltre al grandissimo dono della generatività e della propria continuità in un altro essere umano, anche un’enorme opportunità di crescita introspettiva, capace di scoprire tutte le magnifiche stanze psichiche che ogni individuo nasconde dentro di sè.
Fonti
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E. Giglio (2011), La Genitorialità; come si impara a prendersi cura, in «Tredimensioni»
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J. Manzano (2001), F. Palacio Espasa, N. Zilkha, Gli scenari della genitorialità, Cortina, Milano
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E. Fivaz-Depeursinge, A. Corboz-Warnery (2000), Il triangolo primario, Cortina, Milano.