Disturbi del linguaggio o parlatori tardivi? Come riconoscerli nella prima infanzia
Di Laura Avola

Apprendere il linguaggio è un compito complesso. Il bambino, in pochissimo tempo, fa passi da gigante riguardo all’apprendimento e alla produzione di questa competenza.
Fin dal primo anno di vita, infatti si trova a dover analizzare e riconoscere i suoni che sente dagli adulti. Questo attiva una prima capacità, ossia la fonologia in input; successivamente impara a padroneggiare pattern articolatori specifici che gli permettano di produrre determinati suoni ed in questo caso sviluppa una fonologia in output; quando avrà acquisito i vari pattern articolatori potrà riuscire a formulare delle parole, delle voci lessicali che abbiano un significato. Man mano che svilupperà tali capacità, dovrà acquisire tutte quelle regole morfologiche e sintattiche della sua lingua madre e, come ultimo passaggio, affinchè il linguaggio sia acquisito in ogni sua forma, dovrà imparare la pragmatica della conversazione, ossia dovrà comprendere e modulare il suo eloquio a seconda dei contesti differenti in cui si troverà.
Differenze tra ritardo e disturbo del linguaggio
Non tutti i bambini seguono le stesse tappe e, soprattutto, non arrivano all’acquisizione del linguaggio nello stesso momento. Ogni bambino ha un proprio tempo che va rispettato e compreso. Ciò che è sempre importante è l’osservazione dello sviluppo del linguaggio poiché, laddove siano presenti, possiamo rintracciare precocemente dei campanelli dall’allarme che ci facciano intuire la possibilità di essere di fronte ad un disturbo del linguaggio.
Esiste una finestra temporale tra i 2 e i 3 anni dove ancora il disturbo del linguaggio non può essere diagnosticato anche perché i bambini, durante quell’anno di crescita, possono migliorare velocemente ed avviare l’apprendimento linguistico con tutte le sue caratteristiche. In questo periodo i bambini che non hanno ancora raggiunto il pieno sviluppo vengono classificati come Parlatori tardivi. Anche in questo si possono rintracciare degli indicatori predittivi da dover attenzionare per comprendere se siamo più vicini ad un disturbo del linguaggio o, appunto, ad uno sviluppo in via d’acquisizione. Il ruolo principale nel poter definire questo è lo specialista che, attraverso l’osservazione, potrà comprendere se vi sono dei campanelli d’allarme che facciano pensare ad un ritardo generalizzato oppure ad un ritardo della parola.
Tra gli indicatori da attenzionare ve ne sono sia di tipo linguistico che di tipo non linguistico. Ciò che è utile indagare in questa fase della vita del piccolo è se utilizza o meno i gesti comunicativi, le sue caratteristiche prassiche motorie, ma anche se vi è una comprensione del linguaggio. Ad esempio, molto bambini, seppur non utilizzano più di 10 parole, comprendono comunque ciò che gli viene detto. Per indagare questa caratteristica è utile osservare come il bambino si comporta di fronte ad una richiesta, ad una consegna da portare a termine. La mamma può chiedere “amore, prendi la sciarpa” e, se il bambino esegue ciò che gli è stato richiesto, possiamo dire che ha raggiunto una buona comprensione linguistica. In questo caso, ciò che sembra al momento deficitario, è la produzione. Anche osservare che tipo di lallazione il bambino mette in campo è un grande predittore: è più probabile che si abbia un disturbo del linguaggio laddove la lallazione è assente o molto limitata, se si utilizza sempre della stessa sillaba o pochi suoni.
Tra gli indicatori non linguistici vi è il gioco: a seconda del gioco che il bambino riesce a fare a due anni, possiamo comprendere la sua maturazione anche sul campo cognitivo e comunicativo.
Successivamente, i tre anni rappresentano invece uno spartiacque tra tardività dell’acquisizione linguistica ed il disturbo del linguaggio. Il bambino a tre anni dovrebbe aver raggiunto le principali tappe evolutive. Sul piano degli apprendimenti linguistici, si dovrebbe notare una buona competenza sia a livello morfosintattico che fono/articolatorio. Traducendo, questo significa che il suo eloquio deve essere comprensibile, dovrebbe essere in grado di produrre delle frasi e raccontare ciò che gli è successo nel passato prossimo. Laddove questo non avviene, si può iniziare ad indagare la possibilità di aver di fronte un vero e proprio disturbo del linguaggio.
Quali sono i disturbi del linguaggio?
Il DSM 5 divide i disturbi del linguaggio in diverse categorie:
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vi sono i disturbi della comunicazione e quindi relativi alla pragmatica e all’utilizzo funzionale del linguaggio a seconda del contesto.
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I disturbi della fluenza verbale, ossia alterazioni del ritmo della parola con degli arresti del linguaggio, ripetizione, o ancora prolungamenti involontari del suono;
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disturbo fono articolatorio con delle difficoltà persistenti nella produzione di particolari suoni della lingua e che rendono l’eloquio del bambino intellegibile;
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disturbo del linguaggio in produzione e in comprensione con persistente difficoltà nell’acquisizione delle regole linguistiche. Quando vi è questo tipo di deficit il bambino produce veramente poche parole per la sua età e, verosimilmente, ne comprende anche meno.
Cosa possiamo fare per stimolare al meglio un bambino parlatore tardivo?
I Parlatori tardivi sono bambini che sviluppano il linguaggio seguendo la stessa modalità e le stesse strutture, ma in tempi diversi, molto dilatati. I bambini dicono le prime parole intorno ai 12 mesi, invece i parlatori tardivi intorno ai 15 mesi. Se da una parte è vero che i bambini parlatori tardivi raggiungono le tappe del linguaggio a 3 anni, è anche vero che in questo spazio temporale tra i 2 e i 3 anni è necessario comunque agire, affiche non si consolidi una vera e propria difficoltà.
Il rischio, nei casi in cui non si svolga nessun intervento con un bambino in ritardo nell’acquisizione del linguaggio, è che, sebbene dal punto di vista prettamente linguistico potrà recuperare il ritardo accumulato, potrebbe comunque avere una carenza pregressa poiché nei primi anni non ha potuto sviluppare quegli strumenti utili per comunicare. È necessario dunque poterglieli fornire al fine di non sviluppare una carenza dal punto di vista emotivo e relazionale, probabilmente molto più importante della carenza linguistica.
Allora che fare in questi casi? Per prima cosa è necessario chiedere immediatamente il parere allo specialista e rivolgersi ad un logopedista per avere tecniche e strumenti utili al fine di poter fornire al bambino la possibilità di sviluppare quei prerequisiti utili per l’acquisizione del linguaggio. Questo potrà sbloccare il bambino e permettergli di parlare nel modo più fluente possibile.
Sarà lo specialista a fornire ai genitori strumenti e strategie che lo aiutino a gestire al meglio la problematica del bambino. L’impatto di questo, dal punto di vista psicologico non è di secondo ordine: il genitore che ha a disposizione una “valigetta degli attrezzi” per affrontare le difficoltà del proprio bambino, si sentirà più efficace e in grado di agire per il bene del proprio figlio.
Come il genitore può aiutare il proprio figlio con ritardo linguistico?
È necessario che i genitori possano stimolare il proprio figlio dal punto di vista linguistico già agli esordi del ritardo. I genitori possono aiutarlo ad ampliare e migliorare le sue competenze.
Le regole da rispettare in questi casi sono:
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Non fare troppe domande: il bambino, sentendosi rivolgere troppe domande può sentirsi in difficoltà, in quanto, dal punto di vista psicologico, questo evidenzia la sua carenza. Non si sente in grado di rispondere e, dunque, sfugge alla richiesta.
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Dare al bambino il tempo di attivarsi per rispondere: il bambino ha bisogno di tempo per ritrovare nel proprio processo di elaborazione le parole ed il loro significato, nonché trasformare la parola ritrovata mentalmente in suoni, attivando l’apparato fono articolatorio. Questa competenza necessita di tempo affinchè possa essere automatizzata. Non scoraggiamoci e aspettiamo i tempi del bambino.
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Osservate cosa attira l’attenzione del bambino sfruttando quelle attività a lui più affini per interagire con il piccolo e poterlo così stimolare nella produzione linguistica. Più il bambino è interessato ad un’attività, maggiormente sarà motivato ad interagire.
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Non chiedere al bambino di ripetere: non chiediamo al bambino di ripetere quello che abbiamo detto noi in precedenza. Questo accade spesso nelle interazioni che l’adulto ha con i più piccoli. Dire al bambino qualcosa come “amore, dici acqua” non è una buona modalità, innanzitutto perché il bambino percepirà in quella richiesta un compito, tra l’altro molto difficoltoso per un parlatore tardivo. Questo potrà generare nel bambino un senso di frustrazione nel non riuscire ad esaudire la richiesta fatta dall’adulto. Inoltre, la ripetizione di parole, non ha una valenza comunicativa. Il linguaggio è nato perché ci serve per chiedere cose, scambiare informazioni o fare commenti su ciò che vediamo ed è importate che il bambino utilizzi il linguaggio in questa modalità che è reale e funzionale. Il bambino apprende la funzione del linguaggio quando, avendo sete, chiede l’acqua e la riceve.
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Può essere utile lasciare le parole in sospeso. Mentre giocate con il bambino, commentate profusamente tutto ciò che succede durante il gioco che a lui piace e poi lasciate in sospeso una parola. Il bambino avrà così la possibilità di terminare la parola al posto vostro. Ad esempio, quando leggete un libro potete dire “Amore guarda, la scimmietta sta mangiando la bana…” e il bambino potrà dire la sillaba mancante. Nelle fasi successive, diminuite l’aiuto, ad esempio potete pronunciare solo la prima sillaba della parola ed aspettare che lui la completi.
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Non insistere: se il bambino non completa la parola che avete detto precedentemente, durante il gioco, ditela voi al posto suo. Se il bambino non riesce, infatti, non deve percepire un fallimento da parte sua perché genererebbe frustrazione. Il bimbo, di fatto, durante le sue attività di gioco con voi, si sta divertendo ed è giusto che sia così. Ci saranno altre occasione per stimolarlo nuovamente.
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Potete proporre al bambino due alternative tra cui scegliere: che siano cose da bere o giochi, proponete due alternative, ad esempio “amore vuoi l’acqua o il succo?”. Il bambino, così facendo, potrà menzionare una delle due scelte. Attenzione anche in questi casi! Il bambino potrà rispondervi anche solo indicando la sua scelta, senza pronunciare la parola. In questo caso, non è quello che volevate, ma è comunque un successo perché il bambino dando una risposta, mostra che vi è un’attivazione comunicativa. Anche in questo caso ci saranno infinite altre volte per stimolarlo, ma è necessario che il bambino non senta il peso del fallimento.
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Leggete: leggere ai bambini è il modo migliore per stimolare lo sviluppo del linguaggio. Utilizzate albi illustrati con molte figure, che utilizzino un linguaggio semplice, del quotidiano, adatto all’età del bambino, ma ricordate di non semplificare ulteriormente la morfo-sintassi e non riducete il lessico.
Conclusioni
A conclusione, mi preme ricordare che, in questi casi, gli effetti secondari sul piano psicologico e sociale non sono da sottovalutare, in quanto un bambino che vive il disagio di non riuscire a farsi comprendere dagli altri e comunicare, vive una frustrazione e un senso di inadeguatezza che lo porta a pensare di non essere capace. Questo può sfociare in problemi di autostima e di senso di autoefficacia percepita molto bassa. Inoltre, il bambino, se non seguito, potrà attivare due modalità di interazione differenti, ma entrambi disfunzionali: l’isolamento, ossia l’evitamento di contatti sociali poiché sperimenta la sua incapacità a farsi comprendere dagli altri, oppure la rabbia. L’aggressività sembra spesso l’unica modalità del bambino per imporsi e farsi valere. Dopo tutto, la rabbia è una conseguenza naturale alla difficoltà che il bambino sperimenta.
Per tale motivo è importante porsi sempre con rispetto, gioia e sostegno emotivo verso il piccolo.
Fonti
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M. Orsolini, 2000, Il suono delle parole. Percezione e conoscenza del linguaggio nei bambini, La Nuova Italia