Come insegnare ai bambini a gestire le emozioni?
Di Laura Avola

Per i genitori, una delle sfide più difficili da affrontare è quella di insegnare ai propri figli a gestire le emozioni. Queste ultime sono in dotazione già dalla nascita, ma sono estremamente pervasive ed intense e possono generare estremo benessere, ma anche malessere profondo. È per questo che risulta fondamentale per i genitori aiutare i propri piccoli ad acquisire capacità di regolazione emotiva efficaci, che incidano positivamente sul loro benessere fisico e psicologico.
Questa competenza, però, richiede moltissimo tempo per essere consolidata. Basta pensare quanto venga difficile anche a noi adulti mantenere la calma! Pensiamo alla fila in mezzo al traffico e a come la rabbia inizia a montare. Pensiamo a quanto possa rivelarsi difficile focalizzarci sul lavoro o su quello che stiamo facendo quando siamo sopraffatti dalla tristezza. E quante volte ci ritroviamo in uno stato di ansia senza riuscire a capire cosa ci abbia causato quello stato?
Partendo da questo presupposto, possiamo comprendere quanto sia difficile per i bambini gestire le emozioni che vivono. È importante, poi, sapere che i bambini, proprio per la loro immaturità cerebrale, non hanno ancora sviluppato la neocorteccia e le emozioni vengono registrate in prevalenza dal sistema limbico del nostro cervello; in particolare, i bambini ancora non hanno sviluppato l’emisfero sinistro del cervello, quello deputato al ragionamento, alla pianificazione ed all’organizzazione. A causa di questa modalità ancora immatura del cervello, i bambini spesso non riescono a modulare la emozioni e mettono in atto comportamenti difficili da gestire e da ridimensionare; non sempre riescono a comprendere ciò che sentono, a dargli un nome, una valenza. In questi casi possono reagire in due modi differenti: alcuni tendono a chiudersi in sé senza parlare di ciò che li turba; altri, invece, rivolgono verso l’esterno il disagio che provano manifestandolo con esplosioni di rabbia, atteggiamenti aggressivi, disturbi del sonno.
È, allora, utile intervenire per fornire al bambino modalità più funzionali che lo aiutino a gestire le proprie emozioni ed il ruolo fondamentale in questo processo è proprio quello dell’adulto di riferimento: il genitore.
L’ importanza della legittimazione delle emozioni
Ogni emozione è utile ed è un modo per mettere in connessione il nostro corpo con l’ambiente circostante. Le emozioni hanno un valore adattivo fondamentale che garantisce la nostra sopravvivenza. Tutte le emozioni, per loro stessa natura, sono impulsi ad agire. Goleman le definisce “piani di azione di cui ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo reale le emergenze della vita”. Dunque, le emozioni non vanno celate o nascoste come fanno la maggior parte degli adulti. Vanno, piuttosto, riconosciute e vissute come un approccio naturale alla vita. Sono, come detto, importanti impulsi ad agire. Ad esempio, la rabbia ci porta a muovere con forza le mani, ad afferrare, a colpire o a lanciare. Quest’impulso è dettato dal nostro sistema nervoso che permette al sangue di affluire maggiormente verso gli arti per rendere più facile la presa delle armi o di protezioni al fine di difenderci dai nostri avversari. Questo è stato un meccanismo importantissimo nella storia dell’evoluzione umana e ci ha permesso di sopravvivere per secoli.
Anche quando proviamo paura, il nostro cervello ha mandato un impulso ben preciso: una persona che subisce uno spavento diventa “bianca come un lenzuolo”. Il pallore del viso è dovuto dal fatto che il nostro cervello ha mandato un’informazione univoca al nostro corpo: quella di far confluire tutto il sangue verso i grandi muscoli, come possono essere le gambe, per rendere più agevole la fuga dal pericolo. Immaginiamo quante volte questo meccanismo ha potuto aiutare i nostri antenati a sopravvivere.
Sapendo tutto questo, dunque possiamo comprendere quanto sia utile insegnare ai bambini ad accettare le emozioni e a legittimare anche quelle che, ingiustamente, vengono classificate come negative. La prima cosa da fare per permettere ai bambini di accettare tutto ciò che provano è imparare noi stessi, adulti, a farlo. Dobbiamo imparare, innanzitutto, a non valorizzare solo le emozioni positive ed evitare le altre. Ogni genitore fatica a vedere il proprio figlio triste, arrabbiato, impaurito e, dunque, la prima cosa che si tende a fare è sminuire queste emozioni con frase come “non c’è da aver paura”, “non ti arrabbiare”, “non piangere”. Purtroppo, però, in questo modo i bambini si sentono confusi e temono di essere sbagliati perché provano qualcosa che il genitore non riconosce. In realtà, come abbiamo accennato poc’anzi, esistono delle emozioni di base, quali la rabbia, la gioia, la tristezza, la paura ed il disgusto che sono universali, indipendenti dalla cultura d’appartenenza, presenti in tutte le popolazioni, anche quelle più diverse dalla nostra. Inoltre, Ekman, con i suoi studi sulla mimica facciale, ha ampiamente dimostrato che queste emozioni primarie si mostrano con espressioni facciali di origine biologica ed innata, sono specifiche e universali e, dunque, riconoscibili da tutti gli esseri umani.
Sapere questa cosa può aiutarci a normalizzare tutte le emozioni, anche quelle che consideriamo negative; ci aiuta a legittimarle, comprendendo che hanno un significato ed un’utilità ben precisa, ossia quella di comunicare, esprimere, orientare il nostro comportamento. In effetti, se ci soffermiamo a pensare, potremmo chiederci se possa essere mai possibile, per un genitore, consolare un bambino impaurito, ma che non manifesta la propria paura. Oppure, sarebbe possibile per un bambino capire che sottrarre un gioco è un comportamento non desiderabile, e quindi da non mettere in atto, se non potesse sperimentare la sua rabbia?
Essere un esempio per i bambini
Il passo successivo all’accettazione ed alla legittimazione è insegnare ai bambini a gestire le emozioni ed a regolare la loro intensità.
Per acquisire questa capacità, innanzitutto, è importante sottolineare che non si può e non si deve avere fretta poiché parliamo di abilità sofisticate che si sviluppano nell’arco di diversi anni, con la crescita psicologica, ma soprattutto cerebrale. La regolazione emotiva è, infatti, un processo di sviluppo cerebrale molto lungo che parte dall’inizio della vita e che continua fino all’età adulta. Questo perché, affinché vi sia una corretta modulazione delle emozioni, l’emisfero destro e quello sinistro devono imparare a collaborare in maniera funzionale e sinergica, continuando a sperimentare le emozioni, ma in maniera sempre meno pervasiva ed esplosiva.
In questo processo, ricordiamoci che il primo strumento siamo noi! I genitori possono accompagnare il figlio, intervenendo in maniera favorevole, non tanto per accorciare i tempi, ma per favorire e consolidare quest’integrazione e quest’ equilibrio tra i due emisferi. I genitori, ma anche gli altri adulti di riferimento, quali insegnanti, educatori, parenti possono, con le loro proposte relazionali, quotidianamente, offrire ai piccoli gli spunti necessari per crescere nella maniera più sana ed equilibrata possibile. Ricordiamo che i bambini ci imitano, ci osservano e ci prendono come modelli. Un bambino che vede un genitore in grado di gestire la rabbia, che riesce a modularla e a controllarla, interiorizza questa capacità e, quando sarà il momento, saprà come non lasciarsi sopraffare dall’emozione.
L’importanza della comprensione
Un ingrediente necessario per permettere al bambino di imparare a gestire le proprie emozioni è, poi, la sintonizzazione emotiva con i propri genitori. Il bambino deve poter sperimentare in maniera positiva i propri vissuti; deve sentire un clima favorevole per il suo sviluppo e questo è possibile solo laddove si senta compreso a livello profondo, se avverte che i propri genitori lo stanno capendo e che provano empatia nei suoi confronti. Per il bambino, avere al proprio fianco adulti capaci di capire ciò che lui pensa e sente è la condizione necessaria affinchè possa crescere sicuro e protetto. A quell’età si ha la necessità di relazionarsi con adulti che comprendano i nostri stati emotivi e che, dunque, possano fornire risposte e soddisfazione ai bisogni che ancora non si riescono ad esprimere.
Rivolgere al piccolo frasi come ad esempio “ti vedo triste” può essere di grande aiuto al bambino poichè l’adulto riconosce le sue emozioni, gli attribuisce un nome e, nel contempo, si mostra empatico nei suoi confronti. Successivamente, è importante accogliere l’emozione negativa dicendo “ti capisco, anch’io sarei triste se mi fosse capitato” oppure frasi come “mi dispiace che tu sia arrabbiato /triste/deluso”. Dire “non piangere” significa negargli la possibilità di sperimentare un’emozione così preziosa come la tristezza. Vi ricordate il valore evoluzionistico delle emozioni? Ebbene, anche la tristezza ha una funzione ben precisa che ci aiuta: quando siamo tristi non abbiamo voglia di far nulla, ci mancano le energie. Non è una sensazione, è esattamente ciò che accade. Questa emozione ha la funzione di aiutare il nostro corpo a riprendersi da un evento difficile o duro. La tristezza ci dà la possibilità di focalizzare la nostra attenzione solo su ciò che ci è accaduto, comprenderne il senso, le motivazioni e le conseguenze. Fatto questo, la tristezza inizierà a diventare meno intensa e le energie inizieranno a tornare ai livelli di prima; saremo allora pronti a ricominciare a vivere e a svolgere le nostre attività. Per questa ragione, quando vediamo nostro figlio triste, possiamo cambiare il nostro atteggiamento e rivolgergli frasi come “sono qui per te”, oppure “ti serve spazio? Resterò qui con te così potrai trovarmi quando vorrai”.
Allo stesso modo, quando il bambino sperimenta la rabbia, ricordiamoci di legittimare questa emozione: dirgli di calmarsi o punirlo non cambierà il fatto che lui si senta arrabbiato, anzi, al contrario, interventi di questo tipo gli comunicano che le sue emozioni sono cattive o sbagliate. A causa di questo pensiero il bambino cercherà di reprimere le sue emozioni con conseguenze dannose sul proprio sviluppo.
Il ruolo della comunicazione e l’utilizzo della narrazione
Per aiutare il bambino a sentirsi visto e compreso lo strumento che più di tutti il genitore può utilizzare è il dialogo; narrare, raccontare, parlare delle esperienze che si vivono è un modo per poter costruire significati che possano guidare i bambini nell’approccio alla vita. I genitori hanno il compito di creare uno spazio di ascolto per permettere al proprio figlio di esprimersi in sicurezza, in un dialogo aperto e mai giudicante. Ripercorrendo i fatti vissuti durante la giornata ed evidenziando alcuni eventi, magari particolarmente difficili per il bambino, gli si fornisce un ausilio per potergli dare un senso. Affinchè questo processo educativo possa essere raggiunto è necessario stabilire una buona comunicazione, sia fisica che verbale. La comunicazione fisica, fortemente ancestrale, è il canale con cui possiamo soddisfare il desiderio di accudimento, di cura e di comprensione. Abbracciare, accarezzare, consolare sono azioni fortemente consigliate per far sì che il bambino possa ritornare ad uno stato di calma dopo l’attivazione massiccia che porta con sé un’emozione. Anche la comunicazione verbale è importante e permette di dirsi, di raccontare, di riconoscere i propri vissuti emotivi. Un genitore che parla delle proprie emozioni, nominandole e accettandole, fornisce al bambino la possibilità di imparare a farlo esso stesso.
Anche le variegate forme della narrazione ci possono venire in aiuto come, ad esempio, la lettura di fiabe o di storie. Quest’ultime costituiscono un’attività fondamentale nell’infanzia e non solo perché possono essere estremamente piacevoli, ma anche perché costituiscono la metafora dell’esperienza umana. La fiaba veicola un sapere pratico, intriso di elementi emotivi, in grado di influire sull’azione umana e coinvolgere la persona in maniera profonda. Attraverso il racconto, il bambino si raffigura concetti astratti presenti nella vita (come il bene, il male, il bisogno, la sfortuna e la morte), si rappresenta tutti i vissuti interiori connessi a tali tematiche, fa esperienza di emozioni che non sa ancora come affrontare e, con il racconto, impara, pian piano, a farlo.
Differenza tra emozione ed azione
Un altro fattore fondamentale è porre una netta distinzione tra le azioni e le emozioni che proviamo: dobbiamo insegnare ai nostri figli che non possiamo decidere quali emozioni provare, ma possiamo scegliere il modo in cui ci comportiamo. Ad esempio, va bene arrabbiarsi, ma non è giusto colpire gli altri o lanciare gli oggetti.
Abituare i bambini a parlare delle emozioni servirà tantissimo per il futuro, soprattutto per quella fase adolescenziale in cui ci si trova ad affrontare delle vere e proprie tempeste emotive ed il passaggio all’azione è impulsivo ed immediato. Per l’adolescente sarà un aiuto ed una risorsa sapere che quelle emozioni tanto intense vanno bene e che è legittimo provarle. Sarà fondamentale poterle riconosce e nominarle e sarà un modo per rimanere connessi con la propria famiglia, in quanto, seppur impegnati ad individuarsi e separarsi da essa, sapranno di essere visti e supportati dai genitori, poiché avranno appreso che quelle stesse emozioni sono state sperimentate anche dalla mamma e dal papà.
Fonti
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Ada Fonzi a cura di, 2006, “Manuale di Psicologia dello Sviluppo”, Giunti
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Sabrina Bonichini, 2002, “Prima infanzia: emozioni e vita sociale”, Carocci
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Elena Formisano, 2020, “Tu sei emozione. Intelligenza emotiva ed empatia. Viaggio nella conoscenza di se e delle proprie emozioni per genitori e bambini”, Indipendently published